Tutu
Miles Davis
Copertina di Irving Penn Eiko Ishioka
Il disco e il contesto storico-musicale
Pubblicato nel 1986 dalla Warner Bros. Records, Tutu segna una svolta decisiva nella carriera di Miles Davis: è il suo primo album per la nuova etichetta, dopo trent’anni di collaborazione con la Columbia, e arriva in un momento in cui il jazz attraversava una fase di profonda trasformazione sotto la spinta delle tecnologie digitali, dei sintetizzatori e delle drum machine che animavano gran parte della musica pop del decennio.
Il disco nasce dalla stretta collaborazione con il polistrumentista e produttore Marcus Miller, che scrive e arrangia quasi tutti i brani, costruendo un impianto sonoro elettronico sul quale la tromba di Davis si muove con rinnovata essenzialità espressiva. Se per alcuni critici dell’epoca questa svolta rappresenta un allontanamento dal jazz tradizionale, per altri è l’ennesima dimostrazione della straordinaria capacità di Miles Davis di anticipare i tempi e ridefinire continuamente il proprio linguaggio.
Il titolo dell’album rende omaggio a Desmond Tutu, arcivescovo anglicano sudafricano, tra le personalità più influenti nella lotta contro l’apartheid e Premio Nobel per la Pace nel 1984. Il brano Full Nelson è invece un tributo a Nelson Mandela, protagonista della resistenza al regime segregazionista. In un’epoca segnata dalle tensioni politiche in Sudafrica e da una crescente sensibilità internazionale verso i temi dei diritti civili, questi riferimenti conferiscono al disco una profonda dimensione etica e civile.
L’opera
Le fotografie della copertina del disco Tutu sono opera del celebre fotografo Irving Penn, mentre il progetto grafico è stato curato dalla designer giapponese Eiko Ishioka, una delle figure più innovative del graphic design contemporaneo.
Il fronte presenta il primo piano di Miles Davis in un intenso bianco e nero. Il volto occupa quasi interamente lo spazio emergendo da uno sfondo scuro che sembra dissolversi nell’ombra. Non vi sono elementi decorativi, né scritte invasive: l’immagine si affida esclusivamente alla forza dello sguardo, intenso e frontale, che instaura un confronto diretto e quasi ipnotico con l’osservatore. La luce scolpisce i lineamenti con una precisione quasi scultorea, mettendo in risalto la pelle, le rughe e ogni minima imperfezione.
L’effetto è quello di una maschera arcaica, di un volto senza tempo che trascende la dimensione del ritratto fotografico per assumere un carattere quasi monumentale, in cui Davis appare insieme vulnerabile e impenetrabile, uomo e icona. La fotografia richiama la tradizione dei grandi ritratti etnografici di Irving Penn e, al tempo stesso, può evocare la forza espressiva delle maschere rituali africane, un riferimento che si intreccia simbolicamente con la dedica a Desmond Tutu e con il tema dell’identità afroamericana.
La retrocopertina amplifica questo registro emotivo: il musicista simostra a occhi chiusi, il volto deformato dalla pressione delle proprie mani. Le dita tirano la pelle e comprimono i lineamenti in un’espressione carica di pathos. L’immagine suggerisce un intenso travaglio interiore, in cui si intrecciano il processo creativo e quella spinta alla trasformazione che ha caratterizzato l’intera parabola artistica del musicista.
L’accostamento delle due fotografie costruisce un efficace dialogo visivo: sul fronte, l’icona immobile e ieratica; sul retro, l’uomo che si mette in discussione e si lascia attraversare dal tormento. Due volti della stessa personalità, due modi complementari di raccontare un artista che ha fatto del cambiamento la propria cifra distintiva.
A completare il progetto iconografico contribuisce un terzo scatto, utilizzato per la busta interna del disco: un intenso primo piano della mano sinistra di Davis, con le dita tese e l’anulare piegato, esattamente come se stesse premendo i pistoni di una tromba. Anche in questo dettaglio Irving Penn concentra l’attenzione sulla fisicità del musicista, trasformando una semplice parte del corpo “le mani” in un elemento espressivo e quasi scultoreo.
Curiosità e aneddoti
Il titolo dell’album fu incerto sin dall’inizio: avrebbe dovuto chiamarsi Perfect Way, dal brano cover degli Scritti Politti incluso nella scaletta, ma fu il produttore esecutivo Tommy LiPuma a suggerire un titolo più breve e incisivo.
Molte delle composizioni e degli arrangiamenti furono realizzati da Marcus Miller, il quale ha dichiarato in diverse interviste che il suo rapporto con Miles era basato su un profondo rispetto reciproco. Pur essendo lui a dover gestire la parte tecnica e compositiva, Miles era il “regista” che, con poche indicazioni o con la sua sola presenza, imprimeva al disco quel carattere oscuro e sofisticato che lo ha reso un classico. È affascinante pensare che questo album sia nato in un periodo in cui Davis stava cercando disperatamente di riconnettersi con un pubblico più giovane, e Miller, con la sua sensibilità pop, R&B e funk, sia stato il tramite perfetto per attualizzare il mito senza tradirne l’essenza.
Lo scatto di copertina fu realizzato a New York il 1° luglio 1986. Miles Davis avrebbe inizialmente preferito una foto scattata l’anno precedente in Canada da Anton Corbijn, ma la Warner Bros. impose che il ritratto ufficiale fosse firmato da un fotografo di fama consolidata, e la scelta cadde su Irving Penn. Per accordo contrattuale con la casa discografica, Penn non poté pubblicare né vendere le immagini di quella sessione fotografica fino a cinque anni dopo lo scatto.
L’incontro tra i due uomini, nello studio newyorkese di Penn, fu segnato da una tensione silenziosa: il fotografo raccontò in seguito che, quando tentò di rivolgergli la parola al suo arrivo, il musicista, accompagnato dal proprio parrucchiere e ricoperto di catene d’oro, lo ignorò completamente. Fu lo stesso Davis a rompere il silenzio una volta pronto davanti all’obiettivo, anticipando con sicurezza le richieste del fotografo su maglietta e catene da togliere, in un breve scambio di battute scandito da un secco assenso di Penn. Al termine della sessione, durata circa un’ora, Davis si alzò, si avvicinò al fotografo e lo baciò sulla bocca, lasciandolo visibilmente spiazzato; i due si stinsero la mano e il musicista se ne andò. Penn confessò inoltre di non aver mai ascoltato la sua musica prima di quel giorno: se ne rese conto solo in seguito, e descrisse quella mancata condivisione come uno dei “dolori del mestiere”.
Tutu fece vincere a Eiko Ishioka il Grammy Award 1987 per il miglior allestimento grafico, e a Miles Davis, nella stessa edizione, quello per la migliore interpretazione solistica jazz.
La scelta del bianco e nero risultò controcorrente in piena epoca di copertine dai colori sgargianti e dall’estetica sintetica tipica degli anni Ottanta, richiamando volutamente lo stile delle storiche copertine jazz degli anni Cinquanta: una scelta che contribuì a rendere Tutu una delle immagini più eleganti e riconoscibili della discografia di Davis.
Il ritratto di copertina è oggi considerato uno degli scatti più iconici dedicati al musicista e compare frequentemente in pubblicazioni e retrospettive dedicate sia a Irving Penn sia a Miles Davis.
Gli autori dell’opera
Irving Penn (1917 – 2009) è stato uno dei più importanti fotografi del XX secolo. Dopo gli studi di design con Alexey Brodovitch, iniziò la propria carriera presso la rivista Vogue, con la quale collaborò per oltre sessant’anni, rivoluzionando il linguaggio della fotografia di moda e del ritratto.
Sviluppò uno stile immediatamente riconoscibile, caratterizzato da un rigoroso controllo della composizione, da un uso sapiente della luce e dalla capacità di cogliere la dimensione psicologica dei soggetti, ritraendo nel corso della carriera alcune delle figure più importanti dell’arte, della letteratura e della musica del Novecento.
Le immagini realizzate per Tutu ne rappresentano una sintesi esemplare: fotografie essenziali, potenti e senza tempo, capaci di trasformare il volto di Miles Davis in un’icona universale della musica e della cultura contemporanea.
Eiko Ishioka (1938-2012), designer e art director giapponese tra le più influenti del secondo Novecento, ha firmato la progettazione grafica dell’album.
Celebre per il suo approccio visionario e interdisciplinare, lavorò nella pubblicità, nel cinema, nel teatro e nell’editoria, collaborando con registi come Francis Ford Coppola e Tarsem Singh. Vincitrice di un Premio Oscar per i costumi di Dracula di Bram Stoker (1992), Ishioka ha sempre concepito il design come un potente strumento narrativo. In Tutu la sua scelta di affidarsi all’essenzialità del ritratto fotografico di Irving Penn contribuisce a costruire un’immagine di straordinaria forza simbolica, dove il volto di Miles Davis diventa esso stesso copertina, manifesto e dichiarazione d’identità artistica.





