Inside Story

Autore copertina
Autore del disco
Anno pubblicazione
1986
Formato disco
Lp 12"

Inside Story

Grace Jones

Copertina di Richard Bernstein

Pubblicato nel 1986, Inside Story segna una svolta nella carriera di Grace Jones: è il primo disco in cui assume un ruolo diretto nella produzione artistica, affiancata da Nile Rodgers.
Lontano dalle atmosfere post-dub dei precedenti lavori, l’album abbraccia un pop ibrido e urbano, attraversato da funk, synth-pop e influenze jazz.
Il disco nasce in un momento in cui MTV detta nuove regole visive e l’industria discografica si orienta verso la globalizzazione. Jones si presenta come artista totale, capace di reinventarsi e imporsi non solo come performer ma come forza creativa autonoma. La collaborazione con Rodgers era in realtà un desiderio coltivato da tempo: già negli anni d’oro della disco, Grace aveva invitato Nile e Bernard Edwards a una serata allo Studio 54. Ma i due, non presenti sulla lista, furono respinti all’ingresso — episodio che ispirò ironicamente la celebre “Le Freak” degli Chic.
Lavorare insieme a distanza di anni sembrava il coronamento di quella chimica mancata, anche se il risultato, in parte compromesso da tensioni in studio, fu giudicato da alcuni critici meno incisivo rispetto ad altre produzioni di Rodgers.
La copertina presenta un primo piano ravvicinato del volto di Grace Jones, illuminato da una luce scultorea su fondo nero. Una griglia digitale blu-violacea ne attraversa la testa, come se fosse scannerizzata o mappata in 3D. Intorno, forme astratte multicolori richiamano neuroni o circuiti, avvolgendo la figura in una rete simbolica.
Lo sguardo, frontale e glaciale, incrocia quello dello spettatore. In basso, la scritta GRACE JONES – INSIDE STORY è resa con caratteri digitali cangianti, tra neon e estetica computerizzata. L’immagine, a metà tra fotografia e rendering, genera un effetto psicotronico: un volto umano reso artificiale, trasformato in icona post-umana.
Questa visualizzazione del volto codificato e “digitalizzato” prefigura i futuri linguaggi del cyberfemminismo e dell’estetica black futurist.
Jones si sottrae alla rappresentazione convenzionale del corpo nero, spesso ipersessualizzato o iperrealistico, per proporre un’identità intellettuale, algoritmica, astratta.
Lontana dal tribalismo o dai cliché etnici a cui spesso veniva associata, qui incarna una figura post-identitaria, ibrida, autonoma. In un periodo di emersione dell’estetica hip-hop, Grace Jones dialoga con i codici urbani ma li eleva in un contesto concettuale e visionario: Inside Story è un manifesto di liberazione dell’immagine, del corpo e del linguaggio.
L’artwork della copertina è opera di Richard Bernstein, celebre per le cover patinate di Interview Magazine negli anni della direzione Warhol.
Pioniere dell’estetica glamour-pop, Bernstein fondeva fotografia, disegno e collage in composizioni iperrealiste, colorate, cariche di tensione visiva.
Aveva già lavorato con Jones per le copertine dei suoi primi dischi, ma in Inside Story realizza qualcosa di nuovo: un’icona grafica assoluta, non più corpo ma concetto. Nota importante:
a differenza degli album precedenti  qui non è coinvolto Jean-Paul Goude, il visionario art director che aveva forgiato l’immaginario androgino e mitologico di Grace Jones.
Con Inside Story, l’artista rompe anche visivamente con quella narrazione: affida l’immagine a Bernstein e assume pieno controllo sulla propria estetica.
È un gesto di emancipazione e di indipendenza: un’auto-rappresentazione consapevole, tecnologica, colta e radicale. Lo sapevi che…? Il videoclip di I’m Not Perfect (But I’m Perfect for You), singolo di punta di Inside Story, fu diretto dalla stessa Grace Jones: un’esperienza talmente impegnativa, costosa e caotica da farle promettere di non farlo mai più. Il set diventò un vero laboratorio artistico postmoderno che fondeva musica, arte, moda e cultura urbana. Sul set appaiono due protagonisti assoluti della scena artistica newyorkese: Keith Haring che dipinge il corpo di Grace e realizza una gigantesca gonna-scultura  su cui campeggiano i suoi celebri omini stilizzati. Una tela indossata che si anima a ritmo di musica, trasformando la cantante in un’opera d’arte vivente, le forme iconiche di Haring – linee essenziali, corpi in movimento, simboli pop – si muovono sulla superficie del suo abito come un linguaggio corporeo e astratto. Il set del video è animato da amici e collaboratori provenienti dal mondo queer e underground del Paradise Garage, simbolo della nightlife radicale e creativa di quegli anni. In un cameo ironico, appare anche Andy Warhol, chiudendo simbolicamente il cerchio tra arte, moda e cultura pop newyorkese.  Jones attraversa rituali estetici surreali (bagni di latte, cerette impossibili, sedute psicoterapeutiche) che ironizzano sulla perfezione femminile e sulla mercificazione del corpo. l corpo diventa superficie di scrittura, campo di battaglia e icona futurista. Il Il risultato è molto più di un videoclip: è un’opera multimediale immersiva, dove musica, performance, body art e cultura postmoderna si fondono in un racconto stratificato di potere, identità e trasformazione. Un cortometraggio-performance che riunisce la scena queer, l’arte urbana e l’immaginario fashion.

Museum Hours

9:30–6:00, Monday Until 8:00

Museum Location

2270 S Real Camino Lake California