Dedicato a…
Le Stelle Di Mario Schifano
Copertina di Mario Schifano
Il disco e il contesto storico-musicale
Pubblicato nel novembre 1967, Dedicato a… è l’unico album de Le Stelle di Mario Schifano, progetto nato dall’incontro tra Mario Schifano e quattro giovani musicisti. Più che una band in senso tradizionale, il gruppo fu l’estensione sonora del suo lavoro e della sua ricerca: Schifano, già allora artista affermato e ben inserito nel panorama culturale internazionale, intendeva replicare in chiave italiana l’operazione compiuta da Andy Warhol con i Velvet Underground, fondendo musica, arti visive e proiezioni in un’unica esperienza performativa. Il disco nacque nel pieno della controcultura degli anni Sessanta, tra l’esplosione della psichedelia, la diffusione della Pop Art e un generale superamento dei confini tra le discipline artistiche. Uscì lo stesso anno di The Piper at the Gates of Dawn dei Pink Floyd e di Sgt. Pepper’s dei Beatles. In Italia, invece, dominava ancora il beat, mentre muovevano i primi passi le sperimentazioni che avrebbero portato al rock progressive.
Registrato inizialmente in poche centinaia di copie, tra improvvisazioni, chitarre riverberate ed effetti elettronici, fu un flop commerciale che portò Schifano ad abbandonare l’esperienza musicale già alla fine del 1967. Riscoperto solo decenni più tardi, è oggi considerato il primo vero esempio di rock psichedelico italiano.
L’opera
La copertina di Dedicato a… è firmata da Mario Schifano, che trasferisce sul supporto discografico il linguaggio pittorico sviluppato nei suoi celebri cicli dedicati alle “Stelle”.
L’immagine è costruita attraverso un deciso contrasto cromatico tra un intenso fucsia fluorescente e l’argento metallico, ottenuto con un effetto riflettente che rende la superficie mutevole a seconda della luce. Non esiste una composizione figurativa tradizionale: lo spazio è occupato da grandi campiture irregolari, colature, abrasioni, segni gestuali e silhouette stellari disseminate lungo l’intera superficie. Alcune di esse emergono con chiarezza, mentre altre sembrano dissolversi nella materia pittorica, come apparizioni intermittenti.
L’assenza di un’immagine narrativa, del titolo del disco o di qualsiasi elemento illustrativo tradizionale trasforma la copertina in una vera e propria opera autonoma. Il nome del gruppo, “Le Stelle di Mario Schifano”, ripetuto lungo il bordo come una cornice tipografica continua, sostituisce il classico impianto grafico con una soluzione minimale e concettuale.
La “stella” è uno dei segni più ricorrenti nell’immaginario dell’artista. Lontana dalla consueta funzione decorativa o celebrativa, qui diventa un simbolo essenziale, quasi archetipico, che richiama il cielo, il viaggio, la dimensione cosmica e l’idea di infinito. Nella cultura della seconda metà degli anni Sessanta, l’esplorazione dello spazio rappresentava una potente metafora di libertà, conoscenza e ampliamento della coscienza, temi profondamente intrecciati con psichedelia e con le nuove avanguardie. La scelta cromatica accentua questa lettura. Il fucsia acceso richiama la comunicazione visiva della Pop Art e l’immaginario lisergico, mentre l’argento evoca al contempo il metallo industriale, le superfici specchianti e la tecnologia dell’era spaziale. La materia pittorica appare volutamente incompleta, consumata e stratificata, suggerendo un’immagine in continua evoluzione piuttosto che una composizione conclusa. Come gran parte della produzione di Schifano, anche questo lavoro non racconta una storia, ma apre un campo visivo all’interpretazione dello spettatore.
L’album diventa così il naturale prolungamento della ricerca artistica dell’autore: non un semplice contenitore della musica, ma un oggetto estetico nel quale pittura, grafica e suono partecipano della stessa esperienza creativa.
Curiosità e aneddoti
L’intero progetto nacque da un’idea di Mario Schifano, che non si limitò a realizzare la copertina, ma seguì personalmente anche la concezione artistica del gruppo, immaginandolo come una prosecuzione delle sue sperimentazioni nel cinema e nelle arti visive: per lui non esisteva una distinzione netta tra quadro, cinema, fotografia e disco, e ogni supporto poteva diventare parte della stessa ricerca espressiva.
Il titolo Dedicato a…, lasciato volutamente in sospeso attraverso i puntini, suggerisce un’opera aperta, priva di un destinatario preciso. È una formula che invita ogni ascoltatore a completarne idealmente il significato, coerentemente con la poetica dell’artista, da sempre orientata verso immagini ambigue e interpretazioni multiple.
L’album fu pubblicato in una tiratura di appena 500 copie, di cui 50 su vinile rosso, e non ottenne alcun successo commerciale al momento dell’uscita. Proprio questa scarsa diffusione ha contribuito, negli anni, a renderlo uno dei dischi italiani più ricercati dai collezionisti di rock psichedelico.
L’autore dell’opera
Mario Schifano (1934 – 1998) è stato uno dei più importanti artisti italiani del secondo Novecento e una figura centrale della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, accanto a Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni.
Dopo gli esordi caratterizzati dalle celebri tele monocrome, sviluppò una ricerca che attraversò Pop Art, fotografia, cinema sperimentale, televisione, pubblicità e musica. Pur guardando alle esperienze americane, elaborò un linguaggio personale, meno legato al consumo di massa e più orientato alla riflessione sul rapporto tra immagine, memoria e paesaggio contemporaneo.
Tra i suoi cicli più celebri figurano i Paesaggi anemici, i Compagni Compagni, gli Esso, le Stelle e le opere dedicate ai loghi e ai segnali della modernità. La sua pittura è riconoscibile per il forte impatto cromatico, l’uso di smalti industriali, la gestualità spontanea e la continua contaminazione tra figurazione e astrazione.
L’interesse per la musica fu costante durante tutta la sua carriera. Frequentò musicisti, registi e intellettuali dell’avanguardia italiana, realizzando film sperimentali e promuovendo progetti multidisciplinari nei quali le arti dialogavano senza gerarchie. La copertina di Dedicato a… rappresenta una delle testimonianze più significative di questa visione, in cui il disco diventa esso stesso un’opera d’arte, anticipando una concezione del graphic design musicale che avrebbe trovato ampia diffusione negli anni successivi.
La sua eredità resta determinante tanto nell’arte contemporanea quanto nella storia della grafica discografica, per aver ridefinito il rapporto tra pittura, comunicazione visiva e cultura popolare.




