Per destruir aquell qui l’ha desert
Raimon
Copertina di Antoni Tàpies
Il disco e il suo contesto storico-musicale
Per destruir aquell qui l’ha desert, pubblicato nel 1970, rappresenta uno dei vertici espressivi di Raimon e della Nova Cançó catalana, movimento che durante la dittatura di Francisco Franco trasformò la lingua della Catalogna in uno strumento di resistenza culturale e affermazione identitaria. In quel contesto segnato dalla repressione politica e linguistica, la scelta di cantare in lingua locale assumeva un valore fortemente simbolico.
Con questo album, Raimon sviluppa un percorso più maturo e poetico. Il titolo, “Per destruir aquell qui l’ha desert”, preso da un verso del poeta medievale Ausiàs March, mostra la sua volontà di riprendere la grande tradizione culturale catalana e reinterpretarla in chiave moderna. Ne nasce un’opera in cui memoria storica, impegno civile e ricerca stilistica si uniscono, trasformando la canzone in uno spazio di riflessione e profondità culturale.
L’opera: lettura simbolica e culturale
La copertina dell’album, realizzata da Antoni Tàpies, non è un semplice involucro commerciale, ma una vera e propria traduzione visiva del contenuto etico e poetico del disco. L’immagine appare come un frammento di cartone ondulato: una superficie povera, usurata, segnata dal tempo. La scelta di un supporto umile richiama la poetica informale dell’artista, in cui la materia diventa luogo di memoria, traccia e stratificazione.
Sul fondo terroso si intrecciano segni bianchi tracciati con gesto rapido e nervoso, simili a una calligrafia frammentata. Non si tratta di una scrittura leggibile, ma di un qualcosa che allude alla parola: una parola trattenuta, forse censurata, che tuttavia resiste. L’effetto rimanda ai graffiti urbani o alle incisioni su un muro, evocando un messaggio urgente, clandestino che affiora dalla superficie.
Tra questi grafismi, al centro della composizione, una pennellata rossa, netta e obliqua, rompe l’equilibrio cromatico diventando il fulcro emotivo dell’opera. Essa può essere letta come ferita, lacerazione, ma anche come energia vitale e tensione. In un contesto storico segnato dalla repressione e dalla sofferenza del popolo, il rosso assume una valenza ambivalente: dolore e resistenza, vulnerabilità e forza.
Nella parte inferiore, il nome Raimon e il titolo dell’album, stampati in caratteri neri compatti, introducono un elemento di ordine tipografico che dialoga con l’espressività gestuale superiore. Si crea così un equilibrio tra parola stampata e segno pittorico, tra struttura e impulso.
Il contrasto tra la fragilità del supporto (il cartone) e la forza del segno grafico riflette perfettamente la tensione del periodo: una cultura marginalizzata che, pur calpestata, trova la forza di affermare la propria esistenza. L’estetica di Tàpies trasforma la copertina in un’immagine dal forte valore politico: una superficie ferita che rivendica la propria presenza.
Curiosità e aneddoti
La censura: nonostante l’ermetismo dei testi medievali e l’astrazione dell’arte di Tàpies, l’album “Per destruir aquell qui l’ha desert” fu costantemente sotto la lente dei censori franchisti, che vedevano nella lingua catalana e nell’estetica informale una minaccia all’ordine costituito.
Ausiàs March: l’ispirazione ai suoi versi significava riaffermare che la cultura catalana aveva radici profonde e una dignità storica che nessuna dittatura avrebbe potuto cancellare.
L’autore dell’opera
Antoni Tàpies (1923–2012) è stato uno dei principali esponenti dell’arte europea del secondo dopoguerra e il teorico di riferimento dell’Informalismo materico. La sua ricerca si è concentrata sull’uso di materiali non convenzionali — sabbia, polvere, paglia, oggetti di scarto — integrati alla pittura per esplorare la spiritualità e la condizione umana. Celebre per i suoi “muri” carichi di segni, croci e impronte, Tàpies ha saputo elevare il banale e il quotidiano a una dimensione sacra e filosofica. La sua importanza risiede anche nell’aver dato una voce visiva alla Catalogna, diventando un simbolo internazionale di libertà creativa e resistenza intellettuale.




