Io vagabondo (che non sono altro) / Eterno
I Nomadi
Copertina di Augusto Daolio
Il disco e il suo contesto storico-musicale
Nel 1972 i Nomadi pubblicano l’EP Io vagabondo (che non sono altro) / Eterno, un lavoro destinato a lasciare un segno profondo nella cultura musicale italiana. Il brano principale, scritto da Alberto Salerno e Damiano Dattoli, si impone rapidamente come un inno generazionale, capace di intercettare le inquietudini e le aspirazioni di una giovinezza in trasformazione. Siamo negli anni in cui l’eredità del movimento hippy e delle controculture degli anni Sessanta si traduce in una tensione esistenziale diffusa: il “vagabondare” diventa metafora di rifiuto delle convenzioni sociali e ricerca di autenticità. Tuttavia, la forza del brano sta nel mostrare come non sia la fuga fine a sé stessa a dare risposte, ma un serio impegno con la realtà, con la vita: il viaggio diventa metafora di crescita, coraggio e costruzione identitaria.
L’opera: lettura simbolica e culturale
La copertina, firmata da Augusto Daolio, si presenta come un’immagine essenziale ma fortemente evocativa. In primo piano emergono due gambe: a sinistra una con pantaloni a quadri e una scarpa consumata, radicata nella dimensione concreta e quotidiana; a destra una nuda, muscolosa, culminante in un piede alato che richiama immediatamente l’iconografia di Hermes, messaggero degli dèi, o quella angelica. Sullo sfondo, un paesaggio stilizzato di colline e nuvole sospende la scena in una dimensione rarefatta, quasi onirica.
L’immagine costruisce un contrasto netto tra peso e leggerezza, tra terra e aria, traducendo visivamente il nucleo poetico del brano. Il piede saldo e calzato rappresenta le radici, la realtà sociale, la condizione umana fatta di limiti e necessità; quello alato incarna invece il desiderio di elevazione, la spinta verso l’altrove, la tensione ideale. Non si tratta di una contrapposizione inconciliabile, ma di una dialettica vitale: il vagabondo è colui che tiene insieme queste due dimensioni, oscillando tra bisogno di appartenenza e impulso alla libertà.
Dal punto di vista culturale, la copertina dialoga con l’immaginario giovanile dei primi anni Settanta, in cui il viaggio – reale o simbolico – rappresenta una forma di resistenza alle strutture rigide della società. L’estetica semplice, quasi artigianale, rafforza l’idea di autenticità e si oppone a ogni artificio spettacolare. La firma “Augusto” in basso non è un dettaglio secondario: è un gesto di affermazione autoriale che rivendica l’unità tra musica e immagine, tra identità personale e produzione artistica.
Curiosità e aneddoti
Io vagabondo divenne subito il brano-simbolo dei Nomadi, ma inizialmente non convinse tutti i discografici: fu proprio la band a credere nella forza del pezzo e a farne una delle loro bandiere.
La canzone non partecipò mai al Festival di Sanremo, scelta coerente con l’indole indipendente del gruppo, da sempre distante dalle logiche televisive e commerciali. Nonostante ciò, si diffuse capillarmente, diventando uno dei brani più riconoscibili della musica italiana. Ancora oggi rappresenta un momento rituale nei concerti della band, cantato coralmente dal pubblico, a testimonianza di un’identificazione collettiva che attraversa le generazioni.
L’autore dell’opera
Augusto Daolio (1947–1992) è stato il fondatore, voce e anima dei Nomadi, ma anche un artista visivo di notevole sensibilità. Parallelamente alla carriera musicale sviluppò un percorso pittorico e illustrativo coerente con il suo immaginario poetico, fatto di simboli, spiritualità e tensione ideale. Le sue opere, spesso caratterizzate da un tratto essenziale e da una forte carica evocativa, riflettono gli stessi temi presenti nelle canzoni: il viaggio, la ricerca interiore, il rapporto tra uomo e trascendenza. La copertina di Io vagabondo rappresenta una delle sintesi più efficaci del suo linguaggio, dimostrando come fosse capace di trasformare un brano musicale in un racconto visivo completo, in cui parola, suono e immagine si fondono in un’unica, coerente visione artistica.




