L’apparenza
Lucio Battisti
Copertina di Lucio Battisti
Pubblicato nel 1988, L’apparenza rappresenta il secondo capitolo del cosiddetto “periodo bianco” di Lucio Battisti, inaugurato l’anno precedente con Don Giovanni. Il disco arriva in un momento in cui il cantautore ha già compiuto una netta rottura con il passato, sia musicale che mediatico: Battisti si è ritirato dalle scene pubbliche, ha interrotto il sodalizio con Mogol e lavora in simbiosi con il poeta Pasquale Panella, autore dei testi. I suoni de L’apparenza sono sperimentali, elettronici, rarefatti, distanti dalle forme tradizionali della canzone italiana. In un panorama dominato dal pop melodico, l’opera appare aliena e visionaria: minimalismo elettronico, loop sintetici, testi allusivi e decostruiti diventano strumenti per mettere in crisi la forma-canzone. Il titolo stesso – L’apparenza – è un programma estetico: suggerisce finzione, superficie, ma anche il potere ambivalente dell’immagine. È un disco che riflette sull’inganno percettivo, sulla discontinuità tra ciò che appare e ciò che è. In questo senso, la copertina assume un ruolo centrale nella poetica del lavoro. Essa è volutamente spoglia. Su un fondo bianco, al centro si staglia un disegno lineare, stilizzato, quasi infantile, di una credenza a due ante: nella parte superiore una vetrinetta a ripiani; sotto, due sportelli con pomelli e piedini. In alto, in piccolo, campeggia la scritta: Lucio Battisti L’apparenza Il carattere è nero, asciutto, privo di enfasi. Nessuna foto, nessun colore, nessun elemento decorativo. Tutto è ridotto all’essenziale, eppure ogni dettaglio – il mobile, la sua semplicità, la sua posizione al centro di un campo vuoto – sembra carico di senso. La credenza potrebbe sembrare un oggetto banale, domestico, quotidiano. Ma in un’opera così carica di riflessioni sul linguaggio e sulla rappresentazione, assume un ruolo metaforico: un mobile che “contiene”, che “mostra” e “nasconde”, proprio come fanno le parole nei testi di Panella o le sonorità rarefatte dell’album. La vetrina è trasparente, ma il disegno non ci dice cosa contiene. Gli sportelli in basso sono chiusi. L’immagine gioca sul paradosso dell’“apparenza”: ciò che si mostra non rivela davvero nulla. L’oggetto è semplice, quasi anonimo, ma proprio in questa semplicità si insinua una tensione concettuale: qualcosa di familiare che sfugge alla lettura immediata. La scelta del tratto a mano libera accentua l’ambiguità, tra ironia e minimalismo. Non c’è alcun intento realistico, ma una riduzione a segno, come fosse uno schizzo o un simbolo. L’intero impianto visivo rinuncia alla comunicazione esplicita per interrogare il pubblico: cos’è davvero ciò che vediamo? È solo apparenza? A differenza di molti album precedenti, l’artwork di L’apparenza viene firmato direttamente da Battisti, a conferma della sua totale supervisione sul progetto artistico. Già in Don Giovanni l’artista assume il controllo completo dell’immagine, in linea con la sua volontà di essere non solo musicista, ma artista totale. Negli anni Ottanta Battisti si costruisce come figura invisibile e insieme profondamente autoriale, svincolata dai meccanismi commerciali e promozionali. La sua produzione visiva riflette la stessa poetica dei suoni: dissonante, rarefatta, ambigua. Non più ritratto pop da poster, ma immagine-fantasma. La credenza disegnata in copertina non è solo un elemento domestico, ma un manifesto implicito del suo nuovo linguaggio: contenere, sottrarre, suggerire. L’invisibile che parla più del visibile. La copertina di L’apparenza è così uno degli esempi più radicali e coerenti di design concettuale applicato alla musica italiana. In perfetta continuità con l’estetica sonora e poetica del disco, si presenta come un invito a guardare oltre la superficie, a riconoscere che la visibilità è sempre un costrutto, un artificio. In un tempo in cui l’immagine domina, Battisti sceglie la sottrazione, il segno minimo, l’oggetto quotidiano che si carica di mistero. Un gesto artistico estremo, ancora oggi sorprendente.
